Il dono della vulnerabilità

Devo avere incontrato la vulnerabilità quando ero ancora piccola. Probabilmente una volta avrò cercato un abbraccio e non avendolo ricevuto avrò pianto. Devo averla incontrata di nuovo la prima volta che ho detto ti amo, e probabilmente anche la seconda e la terza. E anche tutte le volte che non sono riuscita a dire quello che provavo per paura di non essere accettata o compresa.

Mi sarò sentita vulnerabile quando giovanissima lavoravo per una grande azienda e, sentendomi inadeguata, devo avere scelto di nascondermi dietro una corazza di efficienza e perfezionismo.

Ricordo chiaramente di essermi sentita spezzata in due quando ho aperto la porta per dire addio per l’ultima volta a una cara amica.

Ero vulnerabile quando ho iniziato a praticare mindfulness: ricordo di non essere neanche riuscita a condividere la motivazione che mi aveva fatto iscrivere al corso MBSR. Quando poche settimane dopo mi è stata offerta la poesia di Naomi Shihab Nye, dal titolo Gentilezza, per molto tempo non riuscivo a andare senza piangere oltre i primi due versi: Prima di sapere cosa sia veramente la gentilezza | devi perdere delle cose. Improvvisamente la sofferenza che avevo nel cuore veniva legittimata e mi veniva indicata la gentilezza come la strada per incontrarmi veramente.

Cosa vuol dire essere vulnerabili? Letteralmente che possiamo essere feriti, che non siamo infallibili, che non possiamo controllare tutto.

Questa semplice consapevolezza, per quanto apparentemente ovvia, è in netto contrasto con una tendenza che ci vorrebbe, forti, vincenti, immortali. Mindfulness e vulnerabilità sono legate tra loro in modo indissolubile. La vulnerabilità è sia la causa che il risultato della pratica della mindfulness. Iniziamo a meditare perché ci sentiamo fragili, stanchi, stressati, feriti, soli. E nell’invito che ci viene dato a stare con quello che c’è, a prestare attenzione al momento presente senza modificarlo, impariamo a riconoscere paura, sofferenza, inadeguatezza come una parte  di noi da comprendere e accogliere. Si dice che la pratica sia simile a una relazione amorosa. Allora, esattamente come facciamo con la persona che amiamo, sentiamo che per amarci pienamente, non possiamo lasciare fuori nessuna parte di noi. 

E quando iniziamo a rivolgere l’attenzione alla nostra vulnerabilità come il tesoro più prezioso, scopriamo che legata alla vulnerabilità c’è la gentilezza, la compassione, il coraggio. La pratica cambia la relazione che abbiamo con noi stessi e ci accorgiamo che la nostra completezza come esseri umani dipende dalla possibilità di accogliere ogni emozione, ogni esperienza anche quelle che parlano di vulnerabilità 

Ricordo di avere sentito durante un ritiro la storia di un uomo che voleva rubare una campana e si copriva le orecchie in modo che nessuno potesse sentirla suonare. Una storia racconta la tendenza che abbiamo a nascondere il nostro dolore pensando che nessuno lo noterà. A volte lo nascondiamo a noi stessi e facciamo finta di niente. Quello che la pratica ci offre è la realizzazione che ciò che cerchiamo di nascondere è già esposto e desideroso di essere guardato con compassione e coraggio. 

Insieme alla compassione e il coraggio, la vulnerabilità ci regala un sincero senso di gratitudine verso ciò che la vita ci offre, un senso di apprezzamento verso qualcosa che prima davamo per scontato ma che davanti all’imprevedibilità della vita diventa un motivo di sincera gioia. Lo descrive bene la poesia “Yes” di William Stafford che racconta come nell’arrenderci alla vulnerabilità della vita, sorge un senso di meraviglia verso la vita stessa nelle sue manifestazioni apparentemente più scontate.

Potrebbe accadere in qualsiasi momento, tornado,
terremoto, Armageddon. Potrebbe succedere.
Oppure sole, amore, salvezza.

Potrebbe e tu lo sai. Ecco perché ci svegliamo
e guardiamo fuori – nessuna garanzia 
in questa vita.

Ma qualche bonus, come il mattino,
come questo momento, come mezzogiorno
come la sera. 

Anna Li Vecchi

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