Quel che so della compassione

“Mi piacerebbe domandarti che significato ha per te il sostantivo compassione” ~ Elisabetta V., oggi, sulla pagina Facebook di Semplicemente Mindfulness, come commento a questo post:

“E’ possibile che qualcuno oggi sia visitato dalla tristezza, dalla malinconia, dal lutto, dalla perdita. L’invito della pratica è quello di accettarle. Non vuol dire che ci devono piacere, ma combattere ciò che sentiamo non ci aiuterà. Se funzionasse, a quest’ora staremmo già bene. Nella mia esperienza, più combattiamo per uscire dalla tristezza, più la tristezza ci incalza. Accettarla non è piacevole, ma smettere di remarle contro e accogliere con compassione ciò che sentiamo può essere un grande sollievo.”

Vi faccio una confessione: fino a qualche anno fa il solo sentire la parola compassione mi dava fastidio, quasi un senso di repulsione fisica. Mi sembrava rimandasse ad un concetto un po’ troppo zuccherino che nel modo che allora avevo di vedere le cose rischiava di cariare la mia capacità di stare al mondo.

A posteriori questo non mi stupisce: l’essenza della compassione è essere gentili con noi stessi, indipendentemente dall’esperienza che stiamo provando, e per anni ho coltivato un’abitudine a considerare accettabili solo alcune emozioni, quelle che mi facevano sentire tonica e in grado di affrontare qualsiasi avversità, e a bandirne altre, cioè tutte quelle che in qualche modo mi facevano sentire vulnerabile.

Avevo le mie ragioni, ma non avevo capito niente.

Ho ricevuto la mia prima grande lezione di compassione – o forse la prima che ero pronta ad accogliere- da Neva Papachristou qualche anno fa, durante un ritiro che Neva conduceva con Corrado Pensa  presso l’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia.

Mia madre era morta l’anno prima e io avevo trascorso i mesi della sua malattia e quelli successivi alla sua morte dominata dalla convinzione che potevo piangerla ma non troppo,  un pensiero che non faceva altro che aggiungere disperazione allo sconforto e un inevitabile senso di fallimento. Quando le lacrime arrivavano inarrestabili, mi dicevo che non avevo ancora accettato la sua morte, interpretavo questo fatto come il segno che c’era qualcosa di certamente sbagliato in me, e stabilivo che l’unico modo per correggerlo era reprimere ciò che sentivo e in qualche modo distrarmi attraverso un’agenda sempre più densa di impegni.

Ricordo ancora il primo giorno di ritiro. Ero piena di giudizi severi su di me non solo perché la mia mente si rifiutava di posarsi sulle sensazioni del respiro per più di pochi attimi, ma perché continuava a portarmi verso un paio di scarpe che avevo visto nella vetrina di un negozio poco prima di lasciare Milano. E invece di osservare quello che faceva la mente con curiosità e con gentilezza, lo giudicavo e giudicavo me stessa, stabilendo che dovevo essere proprio una brutta persona se in un luogo così spirituale pensavo a fare shopping!

Poi, la notte, le mie compagne di dormitorio mi hanno svegliata: stavo sognando di soffocare, non riuscivo a muovermi, urlavo chiamando mia madre in un bagno di sudore. Le lacrime che non mi concedevo, le piangeva il corpo.

La mattina, piena di ansia, tristezza e smarrimento, mi sono recata a colloquio con Neva.

Credo di averle detto qualcosa come: “Sono una persona terribile, continuo a pensare a un paio di scarpe che ho visto prima di partire, mi vergogno moltissimo e poi… e poi c’è questa cosa di mia madre, che è morta quasi un anno fa, e io non riesco a liberarmi di questo dolore, ci provo in ogni modo ma non ce la faccio, non riesco a capire”.

E Neva, sorridendomi, mi disse due cose che ricordo come sto per scriverle. La prima: “Che tu possa comprartele un paio di scarpette al tuo ritorno!”. La seconda: “Pratica la gentilezza amorevole verso di te. Ogni volta che senti arrivare il dolore non cercare di scacciarlo ma anzi, invitalo ad entrare, accoglilo con gentilezza, conoscilo”.

E così ho fatto… Non vi dirò che è stato facile, né che si è tutto risolto con quel ritiro, perché mentirei. Ma è stato l’inizio della possibilità di vivere non solo quel momento così difficile, ma la mia vita in generale, in un modo diverso.

Ho scoperto nel tempo che praticare la compassione, innanzitutto verso noi stessi, non vuol dire abbassare la guardia su ciò che ci fa paura ma scegliere consapevolemente di andargli incontro. Praticare la compassione è l’unico modo per aprirci a questo momento accogliendo quello che sta accadendo fuori e dentro di noi senza farci portare via dalle nostre risposte automatiche. La compassione ci libera dall’abitudine alla critica – di noi stessi, degli altri, del mondo- per chiarire la nostra visione di ciò che sta realmente accadendo.  E’ solo attraverso la compassione che possiamo vedere, e nel tempo lasciare andare, le difese non più necessarie che abbiamo costruito nell’arco di una vita ed essere un po’ più liberi dalla sofferenza che troppe volte tendiamo a infliggerci senza nemmeno accorgercene.

Oggi per me la compassione è la base della regolazione emotiva e di relazioni sane e rigogliose. Vuol dire lasciare andare l’automatismo a criticare noi e gli altri e coltivare invece la possibilità di guardare ciò che succede, incluse le nostre emozioni difficili e in generale le parti di noi che non ci piacciono, con gentilezza e curiosità. Non vuol dire deresponsabilizzarci, ma imparare piuttosto a prenderci cura, con consapevolezza e amore, di noi e degli altri.

Avvertenza importante: il tempo altera i ricordi e costruisce storie che possono essere raccontate in tanti modi. Le parole di Neva, a cui sono immensamente grata per avermi accolta in quel momento così buio e anche così ricco di apprendimenti della mia vita, sono ovviamente una mia ricorstruzione, non un trascritto. 

Carolina Traverso

BIO PROFESSIONALE Carolina è la fondatrice di Semplicemente Mindfulness. Psicologa e psicoterapeuta, si è formata all'insegnamento della mindfulness con Jon...

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