Se volete avere successo, dimenticatevi l’autostima

Bello il titolo vero? Non so voi, ma io la prima volta che l’ho letto l’ho trovato incredibilmente intrigante. E confesso che mi piacerebbe dirvi che è farina del mio sacco ma no, è di Heidi Grant Halvorson, direttore associato del Motivation Science Center della Columbia University Business School, che scrive sul blog della Harvard Business Review.

Dimenticare l’autostima per avere successo. Sembra follia pura, e invece no.

Perché, sottolinea l’autrice, se per autostima intendiamo l’idea che dobbiamo sempre sentirci ed essere perfetti per avere successo, finisce che diventiamo schiavi di un’immagine ideale che rischia di farci vivere come se ci crollasse il mondo addosso ogni volta che commettiamo un errore. Con la conseguenza che, in certi casi, vedere i nostri sbagli ci fa così paura che finiamo con l’ignorarli.

Accade in questo modo che non solo perdiamo in autenticità, disconnettendoci così sempre di più da chi ci sta intorno, ma anche la nostra capacità di fare un corretto esame di realtà si altera.

In sintesi, avere un’autostima troppo elevata potrebbe farci credere di essere persone speciali, quando in realtà non lo siamo affatto. O farci dire che va tutto bene pur di non ammettere di avere sbagliato, con conseguenze anche molto gravi non solo per noi ma anche per chi ci circonda, in particolare se ci troviamo in una posizione di potere.

E invece, sapete cosa potrebbe aiutarci a sviluppare tutto il nostro potenziale, sia sul lavoro che nella vita? Tenetevi forte: una cosa che si chiama autocompassione, di cui vi do’ subito una definizione prima che la vostra mente si perda in interpretazioni che poco hanno a che vedere con ciò che la parola intende racchiudere.

Dicesi autocompassione la disponibilità a guardare ai propri errori e alle proprie mancanze con gentilezza e comprensione. L’autocompassione, in particolare nei momenti difficili, permette di non giudicarci troppo severamente e al contempo di non chiuderci difensivamente rispetto all’importanza di riconoscere gli errori fatti e di accettare le proprie responsabilità.

Perché -e di questo bisogna che prima o poi vi parli anche relativamente alla pratica della mindfulness, che è una pratica di autocompassione- essere gentili con noi stessi non significa non avere disciplina, non giudicare non equivale a non discernere, e perdonarsi non significa non impegnarsi per fare meglio o per non ripetere gli stessi errori due volte.

E visto che forse alcuni di noi si sono svegliati da poco, potrebbe essere conveniente prendere in considerazione un fatto: oggi, che ci piaccia o meno, sbaglieremo qualcosa. Vogliamo far finta di essere sempre i migliori, rendendoci peraltro in questo modo odiosi al prossimo, oppure lasciare che i nostri errori ci definiscano, e massacrarci di inutili giudizi negativi? Oppure vogliamo uscire dai nostri automatismi e scegliere di fermarci e riflettere sul fatto che essere perfetti non ci renderà migliori, mentre riconoscere pienamente la nostra umanità potrebbe essere il primo passo per vivere meglio, sia con noi stessi che con gli altri?

Buona riflessione a tutti e, se vi va, fatemi sapere come è andata con la pratica dell’autocompassione. E’ per gente coraggiosa, sappiatelo.

Carolina Traverso

BIO PROFESSIONALE Carolina è la fondatrice di Semplicemente Mindfulness. Psicologa e psicoterapeuta, si è formata all'insegnamento della mindfulness con Jon...

Twitter